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Scalea, operazione “Baia Bianca”: 14 indagati in carcere per droga ed estorsioni

  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

I Carabinieri della Compagnia di Scalea hanno eseguito un’ordinanza cautelare emessa dal Gip di Catanzaro su richiesta della Dda. L’indagine ipotizza un’associazione dedita al traffico di cocaina tra il Tirreno cosentino, la Valle del Noce e la Campania


operazione Baia Bianca a Scalea contro un presunto traffico di droga sul Tirreno cosentino
Foto d'archivio

19 maggio 2026



Quattordici persone sono state destinatarie di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita questa mattina dai Carabinieri della Compagnia di Scalea, con il supporto dei reparti territorialmente competenti, in Calabria, Campania, Sicilia ed Emilia Romagna. Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia e riguarda un’indagine su un presunto sodalizio attivo nel traffico di droga, in particolare cocaina, con base nel territorio di Scalea e collegamenti operativi in più regioni.




L’operazione, denominata “Baia Bianca”, è il risultato di un’attività investigativa durata circa venti mesi. Le indagini, condotte con servizi tecnici e riscontri tradizionali sul territorio, avrebbero consentito agli investigatori di delineare l’esistenza di una presunta associazione per delinquere finalizzata alla produzione, detenzione, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti. L'attività di indagine svolta prevalentemente negli anni scorsi, il 2023, con il coordinamento del comandante della compagnia di Scalea dell'epoca capitano Andrea D'Angelo, con il capitano Giuseppe Regina e il lavoro instancabile degli uomini della compagnia di Scalea.

Le ipotesi contestate, a vario titolo, comprendono anche estorsione tentata e consumata, in alcuni casi aggravata dal metodo mafioso, e accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di detenuti.



Chi sono i 14 destinatari della custodia cautelare in carcere?

Sono 14 i destinatari della misura cautelare in carcere. Si tratta di persone sottoposte a indagine e, come previsto dall’ordinamento, da considerare innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.


  1. Ferdinando Aliberti 44 anni, di Scalea;

  2. Emilio Arcuri, alias “Il vecchio” o “lo zio”, 56 anni, di Maratea (PZ);

  3. Giovanni Condello, 31 anni di Napoli;

  4. Salvatore Coppola, alias “Totò”, 53 anni di Scalea;

  5. Elvira Cortese, 24 anni, di Scalea;

  6. Maria Grazia Cortese, 25 anni, di Scalea;

  7. Mikael Foresta, 34 anni, di Praia a Mare;

  8. Emanuele Gasparro, 48 anni, di Napoli, residente a Santa Maria del Cedro;

  9. Simone Iannotti, 43 anni di Praia a Mare;

  10. Gerardo Leo, 43 anni di Siano (SA);

  11. Alessio Palma, 32 anni, di Scalea;

  12. Luigi Ricci, 29 anni, di Scalea;

  13. Giuseppe Sagario, 45 anni di Praia a Mare;

  14. Carmelo Zito, 45 anni, di Crosia.


L’ordinanza della Dda di Catanzaro

Il provvedimento cautelare è stato eseguito dai Carabinieri della Compagnia di Scalea con il supporto dei Comandi dell’Arma competenti per territorio, dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria e dell’8° NEC di Vibo Valentia.

Secondo l’impostazione accusatoria, che dovrà essere verificata nelle successive fasi processuali, il gruppo avrebbe operato prevalentemente a Scalea e nei centri vicini, con una rete organizzata per il rifornimento, il trasporto e la vendita di droga.

Al centro dell’inchiesta vi sarebbe soprattutto il traffico di cocaina, ma le attività investigative hanno documentato anche sequestri di hashish.



Come sarebbe stata organizzata la rete dello spaccio?

Secondo quanto ricostruito nella fase delle indagini preliminari, il presunto sodalizio sarebbe stato strutturato secondo uno schema piramidale. Al vertice vi sarebbero stati due promotori, affiancati da un supervisore operativo incaricato di coordinare una rete composta da corrieri e pusher.

I corrieri avrebbero avuto il compito di trasportare lo stupefacente dalla Campania, mentre i pusher avrebbero gestito la distribuzione sul territorio del Tirreno cosentino e nella Valle del Noce.

Gli investigatori ritengono che l’organizzazione avesse consolidato canali di approvvigionamento stabili, privilegiando acquisti frazionati per ridurre le perdite in caso di sequestri. A Scalea sarebbero state individuate anche due basi logistiche utilizzate a supporto dell’attività illecita.



Il ruolo dei promotori e il soprannome “Rosy Abate”

Tra gli elementi ritenuti significativi dagli investigatori vi è il presunto carisma criminale attribuito ai promotori del gruppo. Una figura femminile di vertice, ritenuta temuta e rispettata dagli affiliati, sarebbe stata chiamata dai sodali con l’appellativo di “Rosy Abate”.

Nel quadro accusatorio compare anche il riferimento a una forma di “welfare criminale”: il sodalizio, secondo l’ipotesi investigativa, si sarebbe fatto carico delle spese legali degli affiliati arrestati, con l’obiettivo di garantire compattezza interna e omertà.



Droga, sequestri e recupero crediti con minacce

Le indagini avrebbero documentato diverse presunte cessioni di droga. In un episodio, un corriere in fuga avrebbe tentato di disfarsi di 50 grammi di cocaina.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la presunta organizzazione avrebbe inoltre adottato un sistema di recupero crediti fondato su minacce e ritorsioni. Le estorsioni, contestate a vario titolo, sarebbero servite a costringere gli acquirenti a saldare i debiti maturati per l’acquisto di sostanze stupefacenti.

Aspetto dell’indagine

Elementi emersi secondo l’accusa

Area operativa

Scalea, Tirreno cosentino, Valle del Noce

Sostanze contestate

Cocaina e hashish

Struttura del gruppo

Schema piramidale con promotori, supervisore, corrieri e pusher

Canali di rifornimento

Collegamenti con la Campania

Ipotesi ulteriori

Estorsioni, anche aggravate dal metodo mafioso

Comunicazioni

Presunto uso di smartphone introdotti clandestinamente in carcere



Il presunto controllo dal carcere

Un ulteriore profilo investigativo riguarda la presunta capacità dei vertici di mantenere il controllo operativo anche durante lo stato di detenzione.

Secondo quanto emerso dall’indagine, direttive e comunicazioni sarebbero state trasmesse ai sodali in libertà attraverso smartphone introdotti clandestinamente all’interno della Casa Circondariale di Paola.

Questo elemento è ritenuto dagli investigatori particolarmente rilevante per ricostruire la continuità operativa del gruppo e la capacità di mantenere i rapporti interni anche in presenza di misure restrittive.


Indagini preliminari e presunzione di innocenza

Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari. Le accuse formulate nei confronti degli indagati dovranno essere valutate nelle successive fasi processuali.

Nel rispetto della presunzione di innocenza, i destinatari della misura cautelare devono essere considerati non colpevoli fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.





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