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Omicidio nell’officina di famiglia a Verbicaro: condannato a 12 anni per aver ucciso lo zio

  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

La Corte d’Assise di Cosenza riduce la pena rispetto alla richiesta della Procura: Biagio Lofrano riconosciuto colpevole per il delitto avvenuto nel novembre 2024


Lite sul lavoro finita in tragedia: 12 anni per l’omicidio dello zio a Verbicaro


10 marzo 2026 - Ore 12.15




È stato condannato a 12 anni di reclusione Biagio Lofrano, 42 anni, di Verbicaro, riconosciuto colpevole dell’omicidio dello zio Ugo Lofrano, 74 anni, avvenuto il 20 novembre 2024 all’interno di un’officina meccanica del piccolo centro dell’alto Tirreno cosentino. La sentenza è stata pronunciata dalla Corte d’Assise di Cosenza al termine dell’udienza di discussione celebrata ieri, rideterminando la pena rispetto alla richiesta avanzata dal pubblico ministero, che aveva sollecitato 21 anni di carcere contestando l’omicidio aggravato.

I giudici hanno infatti ritenuto equivalenti le circostanze aggravanti e attenuanti, accogliendo in parte la linea difensiva sostenuta dagli avvocati Ugo Vetere e Giuseppe Bruno, e fissando la condanna a dodici anni.



La lite in officina degenerata in tragedia

Secondo quanto ricostruito nel capo d’imputazione, il delitto si consumò all’interno dell’officina di proprietà della vittima, in via Manzoni a Verbicaro, dove zio e nipote lavoravano insieme da anni.

La sera del 20 novembre 2024, i due si trovavano da soli nel locale. All’esterno le condizioni meteorologiche avevano indotto ad abbassare parzialmente la saracinesca dell’officina, mentre all’interno erano presenti alcune auto in riparazione.

La discussione sarebbe nata da contrasti legati all’attività lavorativa. Lo zio avrebbe rimproverato il nipote per il rifiuto di eseguire alcune riparazioni su altre vetture presenti in officina, lavori che dovevano essere completati.

Il diverbio, secondo l’accusa, sarebbe rapidamente degenerato fino alla violenza. Durante la lite, Biagio Lofrano avrebbe colpito il 74enne alla testa con un tubo di ferro, provocandone la morte. Le indagini rapide e accurate vennero coordinate all'epoca dal capitano Giuseppe Regina della Compagnia carabinieri di Scalea con il coordinamento del capitano Andrea D'Angelo.




Il ritrovamento del corpo e l’arresto


Omicidio nell’officina di famiglia a Verbicaro: la Corte d’Assise condanna il nipote

Dopo l’accaduto, secondo quanto emerso nelle prime fasi delle indagini, lo stesso imputato avrebbe contattato alcuni familiari, raccontando quanto avvenuto e chiedendo di avvisare le forze dell’ordine.

Quando i carabinieri della Compagnia di Scalea, coordinati dalla Procura della Repubblica di Paola, raggiunsero l’officina, trovarono il corpo della vittima a terra tra le vetture presenti nel locale.

A pochi metri dal cadavere venne rinvenuto anche un oggetto ritenuto compatibile con l’arma del delitto, successivamente sequestrato per gli accertamenti investigativi.

Biagio Lofrano fu fermato dai militari e successivamente arrestato con l’accusa di omicidio pluriaggravato, dando avvio all’iter giudiziario che si è concluso ora con la sentenza di primo grado.



Un delitto che ha scosso la comunità

La tragedia aveva profondamente colpito la comunità di Verbicaro, piccolo centro montano di circa 2.500 abitanti nell’alto Tirreno cosentino, dove la famiglia Lofrano è conosciuta da tempo.

In paese molti ricordavano il rapporto stretto tra zio e nipote. Ugo Lofrano, meccanico esperto, negli anni aveva insegnato il mestiere al nipote, affiancandolo nel lavoro quotidiano all’interno dell’officina di famiglia.

Una vicenda familiare sfociata in un epilogo drammatico che continua a lasciare sgomento e interrogativi nella comunità locale, segnata da una tragedia maturata all’interno di un contesto lavorativo e familiare. Il ricordo di tanti cittadini anche durante i funerali di Lofrano.

Con la sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Cosenza si chiude così il primo capitolo giudiziario della vicenda, con una pena inferiore rispetto alla richiesta dell’accusa dopo la valutazione delle circostanze attenuanti da parte dei giudici.


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