Baia Bianca a Scalea, domiciliari fuori regione: accolta l'istanza per una indagata
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Il tribunale ha accolto l’istanza presentata dai difensori Giuseppe Bello e Pietro Russo per una indagata di Scalea nell'operazione Baia Bianca: previsti i domiciliari fuori regione

17 giugno 2026 - ore 9.35 - di miocomune.tv
Sviluppi nell'operazione Baia Bianca a Scalea
Il tribunale ha disposto la sostituzione della misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari fuori regione per Maria Grazia Cortese, 26 anni, indagata nell’ambito dell’operazione “Baia Bianca”, conclusa il 19 maggio scorso nell’area dell’Alto Tirreno cosentino. La decisione arriva dopo l’istanza presentata dagli avvocati Giuseppe Bello e Pietro Russo, difensori della giovane, indicata dagli inquirenti come una delle presunte figure di vertice del gruppo al centro dell’indagine sul traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti tra Scalea e i territori limitrofi.
Il provvedimento rappresenta un passaggio rilevante sul piano cautelare, ma non modifica il quadro processuale ancora in fase preliminare. Le contestazioni restano ipotesi d’accusa e dovranno essere verificate nell’eventuale successivo confronto davanti al giudice.
L’istanza accolta dal tribunale
La sostituzione della misura cautelare consentirà alla 26enne di lasciare il carcere per essere sottoposta agli arresti domiciliari fuori regione. La richiesta era stata avanzata dalla difesa nell’ambito del procedimento nato dall’operazione convenzionalmente denominata “Baia Bianca”.
L’inchiesta, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe fatto emergere l’esistenza di una presunta organizzazione attiva nella gestione di sostanze stupefacenti nell’area di Scalea, sull’Alto Tirreno cosentino e in alcuni territori limitrofi.
Quale ruolo viene attribuito a Maria Grazia Cortese?
Negli atti dell’indagine Maria Grazia Cortese e Luigi Ricci vengono indicati, secondo l’impianto accusatorio, quali “promotori, dirigenti e finanziatori dell’associazione”. Ai due viene attribuita una posizione di vertice nella presunta consorteria, con funzioni decisionali sull’approvvigionamento e sulla commercializzazione dello stupefacente.
Sempre secondo gli inquirenti, avrebbero impartito disposizioni ai sodali, curato i rapporti con i fornitori e gestito la cassa comune. Si tratta, anche in questo caso, di ricostruzioni investigative che dovranno essere sottoposte alla verifica processuale.
La presunta struttura del gruppo
L’indagine descrive un’organizzazione strutturata secondo uno schema piramidale. Al vertice, secondo le ipotesi d’accusa, vi sarebbero stati un uomo e una donna, affiancati da un supervisore operativo e da una rete di corrieri e pusher.
I corrieri avrebbero trasportato lo stupefacente dalla Campania, mentre la rete di spaccio avrebbe operato sul Tirreno cosentino e nella Valle del Noce, in Basilicata. Due basi logistiche sarebbero state individuate a Scalea.
Tra gli elementi richiamati dagli investigatori figura anche il ruolo attribuito alla stessa Cortese all’interno del gruppo. La giovane, secondo quanto emerso dagli atti, sarebbe stata considerata una figura femminile di vertice, temuta e rispettata dai presunti sodali, che l’avrebbero indicata con l’appellativo di “Rosy Abate”. Un dettaglio utilizzato dagli inquirenti per sostenere l’ipotesi del carisma esercitato all’interno della presunta organizzazione.
I canali di rifornimento e il ruolo della Campania
Il quadro accusatorio comprende anche il presunto ricorso a più canali di approvvigionamento. Secondo gli atti, la rete avrebbe potuto contare su un canale “campano”, indicato come principale fonte di rifornimento.
In caso di difficoltà, il gruppo si sarebbe rivolto ad altri fornitori per rispondere alle richieste degli acquirenti. Gli investigatori sottolineano che i collegamenti con la Campania non rappresenterebbero una novità assoluta per l’Alto Tirreno cosentino, essendo già emersi in precedenti attività d’indagine.
Le accuse restano da verificare
Le attività investigative avrebbero documentato diverse cessioni di droga e sequestri di cocaina e hashish. Gli inquirenti ipotizzano inoltre un sistema di recupero crediti fondato su minacce e ritorsioni nei confronti degli acquirenti che non avrebbero saldato i debiti legati all’acquisto dello stupefacente, con pressioni estese anche a persone a loro vicine.
Il procedimento, tuttavia, è ancora nella fase preliminare. Per tutte le persone coinvolte vale la presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.











