Baia Bianca, dentro la rete dello spaccio a Scalea: ruoli, minacce e linguaggio in codice
- 20 mag
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Dopo l’esecuzione delle misure cautelari, emergono nuovi particolari sul presunto gruppo attivo nell’Alto Tirreno cosentino, con collegamenti fino a Maratea e alla Valle di Diano

20 maggio 2026
Nuovi particolari emergono dall’inchiesta “Baia Bianca”, l’operazione antidroga condotta dai carabinieri della Compagnia di Scalea coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Dopo la cronaca dell’esecuzione delle misure cautelari, gli atti restituiscono il quadro di un presunto sistema di spaccio con base nell’alto Tirreno cosentino, ramificazioni verso Maratea, il Lagonegrese e la Valle di Diano, e una struttura interna che gli investigatori ritengono organizzata e stabile.
Il fascicolo riguarda complessivamente 27 indagati. Per 14 di loro il Gip del Tribunale di Catanzaro, Arianna Roccia, ha disposto la custodia cautelare in carcere. Ma il punto centrale dell’inchiesta, oltre ai provvedimenti già eseguiti, è la ricostruzione del presunto nuovo assetto dello spaccio nella zona di Scalea e dei territori vicini.
Secondo l’impostazione investigativa, tra il 2022 e il 2023 si sarebbe creato un “vuoto” nelle aree di comando del mercato della droga, anche dopo precedenti operazioni dei carabinieri. Proprio quello spazio avrebbe favorito la riorganizzazione di gruppi autonomi, capaci di muoversi verso nord, lungo direttrici considerate utili anche per il rifornimento degli stupefacenti.
Il presunto nuovo equilibrio dello spaccio nell’Alto Tirreno
L’indagine descrive una rete che avrebbe avuto la propria base logistica a Scalea, ma con contatti e movimenti anche oltre i confini calabresi. L’asse territoriale ricostruito dagli investigatori comprende l’alto Tirreno cosentino, il Lagonegrese, Maratea e l’area della Valle di Diano, in provincia di Salerno.
Si tratta di zone attraversate da collegamenti stradali rilevanti, compresa l’area dell’autostrada, che secondo l’accusa sarebbe stata utilizzata anche come canale per il rifornimento della droga.
La denominazione “Baia Bianca” richiamerebbe probabilmente la Baia del Carpino, zona residenziale prevalentemente estiva di Scalea, e il colore della sostanza stupefacente trattata.
Il ruolo della donna indicata come figura apicale
Uno degli aspetti più rilevanti contenuti negli atti riguarda il presunto ruolo di vertice attribuito a una donna. L’attività investigativa la colloca in una posizione predominante all’interno della rete, descrivendola come una figura temuta dagli stessi componenti del gruppo.
In alcune conversazioni, la sua caratura criminale sarebbe stata paragonata a quella di Rosy Abate, personaggio fittizio di una nota serie televisiva Mediaset dedicata al racconto della criminalità organizzata.
Il riferimento, al di là del richiamo televisivo, viene letto dagli investigatori come indicativo del peso che la donna avrebbe avuto nei rapporti interni al gruppo e nella gestione di alcune fasi operative.
Le mosse per evitare i controlli
Dalle carte emergono anche condotte che, secondo l’accusa, sarebbero state pianificate per limitare i danni in caso di controlli o perquisizioni.
Gli investigatori richiamano indicazioni sulle attività da compiere per evitare il rinvenimento della droga. Tra gli episodi citati compare anche quello relativo alla ricerca della sostanza stupefacente che sarebbe stata lanciata dal finestrino di un’auto durante un controllo.
È uno degli elementi che contribuisce, nella ricostruzione della Dda, a delineare un’organizzazione capace di muoversi con metodo e con ruoli precisi.
Le minacce per recuperare i crediti
Un altro capitolo dell’inchiesta riguarda il recupero dei crediti. In uno degli episodi, uno degli indagati avrebbe chiesto aiuto a un amico per ottenere il pagamento di una somma di denaro.
Se il debitore avesse tardato, l’amico avrebbe dovuto rivolgergli minacce esplicite: “perchè se... alle otto è a casa tua, ti sfonda la porta, ti entra dentro e ti ammazza!"... così devi dirgli.
In un altro passaggio, per ottenere il saldo del credito vantato, viene riportata una minaccia con riferimento anche ai familiari: “Portami i soldi perché sennò poi a tua mamma... la schiatto in corpo a mamma tua! E lo sai benissimo che lo faccio”.
Segue l’avvertimento: “Ti do una settimana.” E ancora: “La gente di Cetraro vanno da mamma tua... quindi regolati tu...”.
In un ulteriore episodio, il denaro sarebbe stato richiesto “immediatamente”, con il riferimento alla ex moglie del debitore: “sa dove sta la tua ex moglie eh! Prendo e me li faccio dare da lei! ... non me ne fo... faccio un macello stasera!!!”.
Il linguaggio in codice: dai “gettoni” alla “Coca cotta”
Gli atti riportano anche il linguaggio criptico che sarebbe stato utilizzato per depistare eventuali intercettazioni.
Per indicare il rifornimento di sostanza stupefacente si sarebbe parlato di “un paio di gettoni”. Il riferimento a qualcosa di “marrone” sarebbe stato collegato all’hashish, mentre il “gettone verde” avrebbe indicato probabilmente marijuana.
Un altro dettaglio riguarda il consumo della droga. La sostanza, trattata e riscaldata, sarebbe diventata “Coca cotta”, destinata a essere fumata in una pipa.
Sono particolari che, secondo gli investigatori, aiutano a ricostruire non solo il traffico, ma anche il linguaggio interno e le modalità operative del presunto gruppo.
Una struttura ritenuta organizzata e professionale
La contestazione non riguarda soltanto singoli episodi di cessione o detenzione di droga. Secondo l’ipotesi d'accusa, il gruppo avrebbe avuto una struttura associativa solida, con una base logistica a Scalea e una gestione organizzata di sostanze stupefacenti diverse.
Gli investigatori parlano di un sistema collaudato, nel quale ciascun componente avrebbe avuto un proprio ruolo e metodiche operative precise.
Il volume d’affari viene ritenuto rilevante. Il quadro accusatorio, tuttavia, dovrà essere verificato nelle successive fasi del procedimento. Gli indagati restano presunti innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.









