Belvedere, omicidio Dimova: gli anelli e le impronte che potrebbero inchiodare il presunto assassino

Determinanti i riscontri dei carabinieri della Compagnia di Scalea, della stazione di Belvedere Marittimo, del comando provinciale e del Ris di Messina



BELVEDERE – 19 set. 20 - Il cerchio delle indagini sull'omicidio della donna bulgara, Aneliya Dimova, 55 anni, residente sul Tirreno cosentino, a Belvedere Marittimo, si è ristretto sul nome del presunto assassino. Si tratta di A.R., 32 anni, del posto. Conosciuto per le sue esperienze lavorative, anche in un noto supermercato di Scalea e in altri centri dell'alto Tirreno cosentino.

I carabinieri della Compagnia di Scalea, coordinati dal capitano Andrea Massari, con i colleghi della stazione di Belvedere Marittimo, con il maresciallo Diana, i militari del comando provinciale, coordinati dal colonnello Piero Sutera, hanno ricostruito con la collaborazione dei Ris di Messina numerosi particolari di quella notte del 30 agosto scorso.

Solo 18 giorni. Il tempo di mettere in fila i tasselli di una storia che è terminata con una violenza incredibile sulla povera Aneliya Dimova. La vittima, probabilmente, ha avuto la sfortuna di trovarsi a casa quella notte e di essersi svegliata mentre il suo presunto assassino era ancora in casa. Il movente dell'omicidio, ancora non è stato chiarito, ma si presume che possa trattarsi di un furto finito male. E se così fosse, sarebbe gravissima la reazione dell'assassino che, secondo quanto è emerso dalle indagini, ha infierito sulla povera donna fracassandole il cranio e cingendole il viso con la federa di un cuscino, bloccata con del nastro adesivo.



Per il momento è stato eseguito un decreto di fermo emesso dal Pubblico ministero Rossana Esposito, che segue il caso con il coordinamento del procuratore capo, Pierpaolo Bruni. La Procura di Paola, insieme ai carabinieri, sin dall'inizio, ha dato un forte impulso alle indagini. Anche perché il caso ha suscitato preoccupazione nella comunità di Belvedere Marittimo. Il 32enne, ora, è stato trasferito nel carcere di Paola. Nelle prossime ore dovrà fornire spiegazioni su una serie di elementi che lo inchioderebbero.

Da quanto è emerso, determinanti sarebbero state le riprese di alcune telecamere di videosorveglianza, comprese quelle del comune; ma anche le indagini minuziose dei carabinieri e in particolare i riscontri forniti dal reparto di investigazioni scientifiche che ha recuperato molti elementi che sarebbero riconducibili all'indagato, assistito dall'avvocato di fiducia Alberto Prassede Grimaldi del foro di Paola.

Nell’ambito delle indagini, c'è poi da aggiungere che vi sarebbero possibili leggerezze commesse dal presunto omicida. Sarebbe stato ripreso dalle telecamere di videosorveglianza nelle ore dell'omicidio tra l'1.30 e le 2.40 della notte, nel centro storico, mentre entrava in casa dal balcone, mentre usciva, e mentre si intratteneva a passeggiare nelle vicinanze dell'abitazione della vittima. Anche l'auto e diversi particolari sarebbero rimasti impressi nelle riprese. Altra leggerezza che il presunto omicida avrebbe compiuto e sulla quale dovrà eventualmente fornire spiegazioni che possano sovvertire il risultato delle investigazioni è legata a due anelli della povera Dimova. Sarebbero stati venduti al compro oro, il giorno successivo all'omicidio e il 2 settembre scorso. Il primo anello, è la stessa fedina che indossava la vittima. Viene ritratta in diverse fotografie. E, al momento del ritrovamento del corpo, i Ris avrebbero rilevato l'impronta dell'anello evidenziata dall'abbronzatura nel resto della mano. Un secondo anello in oro bianco, con brillantini e privo della pietra centrale, sarebbe risultato, da testimonianze, di proprietà della donna. I carabinieri avrebbero riscontrato la vendita di un oggetto simile effettuata, con tanto di carta di identità, ad un compro oro del posto.

Altri elementi deriverebbero dall'inferriata che, come si ricorderà, era stata prelevata dai carabinieri. Su quell’inferriata e in altri luoghi dell'abitazione, nei muri, sarebbero state rinvenute le impronte digitali dell'indagato. Secondo quanto si è appreso sarebbe emersa una “identità dattiloscopica piena”. Coinciderebbero circa 17 punti per forma e posizione per ognuno dei frammenti in esame. Una “identità dattiloscopica” che sarebbe riscontrata in quattro delle cinque dita di una mano dell'indagato. Le impronte sarebbero state rinvenute in prossimità di uno spigolo, nella stanza dell'abitazione della vittima, in prossimità del balcone dove è stato visto entrare l'aggressore.

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