Diamante, ancora polemica sul Premio Mitos: le critiche di Liserre ex delegato alla Legalità
- Matteo Cava

- 12 minuti fa
- Tempo di lettura: 4 min
Francesco Liserre interviene dopo la cerimonia del 3 settembre e richiama il Comune alla concretezza dell’azione amministrativa. Gli scout segnalano il mancato invito, mentre Antonio Cauteruccio critica organizzazione e mancato coinvolgimento della città
6 settembre 2026 - 12:53
di Matteo Cava

DIAMANTE – Dopo la cerimonia del Premio Mitos del 3 settembre, a Diamante si apre il confronto sulla legalità e sul rapporto tra amministrazione e comunità. A intervenire è Francesco Liserre, ex consigliere comunale al quale il sindaco Achille Ordine aveva conferito la delega alla Legalità. Al centro della sua critica, la distanza tra le celebrazioni pubbliche e la pratica quotidiana dei valori richiamati sul palco.
«La domanda non è quanti premi sulla legalità organizziamo. La domanda è quanta legalità pratichiamo, quando il palco e le luci sono spenti», afferma Liserre.
Alla cerimonia hanno partecipato il ministro Paolo Zangrillo e il presidente della Regione Roberto Occhiuto. Il premio nasce per ricordare chi ha servito lo Stato fino all’estremo sacrificio e trasmettere alle nuove generazioni il valore della responsabilità e dell’impegno civile.
I riconoscimenti sono stati assegnati a rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell’ordine, della giustizia, dello sport, dell’informazione, dell’impresa e del volontariato.
Liserre: «La legalità non è una cerimonia»
L’intervento dell’ex consigliere, intitolato «La legalità non è una cerimonia», mette in discussione l’identificazione dell’impegno civile con la sua rappresentazione pubblica.
«C’è un equivoco che sta inquinando il nostro tempo. Abbiamo trasformato la legalità in una cerimonia. Un palco, delle luci, dei premi, dei discorsi. Ma la legalità non è questo», sostiene Liserre.
Il richiamo parte dalla memoria delle vittime: «Falcone e Borsellino non sono un format. Il sacrificio di un Carabiniere di ventotto anni non è una scenografia».
Liserre porta quindi il ragionamento sul terreno dell’amministrazione: «La legalità vera non fa rumore. È quotidiana. È silenziosa. È non sprecare un euro pubblico. È rendere trasparenti gli atti. È amministrare quando nessuno ti applaude. È rispettare il cittadino quando nessuna telecamera ti riprende».
Attraverso un riferimento a Kant, l’ex consigliere distingue l’azione compiuta per interesse o vanità da quella compiuta per dovere. Il suo intervento contesta l’uso delle celebrazioni come occasione di autocelebrazione: «Perché la legalità non può diventare una passerella».
Scout senza invito, Cauteruccio critica l’organizzazione
Sul coinvolgimento della comunità si aggiunge l’amarezza del gruppo scout Agesci Diamante 1, rimasto senza invito alla manifestazione.
Il consigliere comunale Antonio Cauteruccio allarga la critica alla gestione dell’appuntamento. Pur riconoscendo il rilievo delle personalità presenti, sostiene che l’organizzazione non abbia fatto fare una bella figura alla città, a fronte di un investimento del Comune che indica in 15mila euro.
Nel suo intervento Cauteruccio contesta:
il mancato coinvolgimento delle associazioni cittadine;
il mancato coinvolgimento degli amministratori del territorio;
una promozione della manifestazione giudicata scarsa e tardiva;
una partecipazione della popolazione che definisce «scarsa o nulla».
Il consigliere collega queste valutazioni al rapporto tra l’esecutivo e la città: «La Giunta Ordine continua a dare una preoccupante immagine di distanza e di chiusura che, soprattutto in questo momento storico, le istituzioni e la politica non si possono permettere».
Le critiche investono così due aspetti dell’azione comunale: la trasparenza e l’uso delle risorse pubbliche, richiamati da Liserre, e il coinvolgimento della comunità nell’organizzazione degli appuntamenti istituzionali.
L'intervento integrale di Liserre
LA LEGALITÀ NON È UNA CERIMONIA
C'è un equivoco che sta inquinando il nostro tempo.
Abbiamo trasformato la legalità in una cerimonia.
Un palco, delle luci, dei premi, dei discorsi.
Ma la legalità non è questo.
Falcone e Borsellino non sono un format. Il sacrificio di un Carabiniere di ventotto anni non è una scenografia.
Sono coscienza, sono dolore, sono quella provvida sventura di cui parlava Manzoni: il soffrire per la giustizia che diventa vincere.
La legalità vera non fa rumore. È quotidiana. È silenziosa. È non sprecare un euro pubblico. È rendere trasparenti gli atti. È amministrare quando nessuno ti applaude. È rispettare il cittadino quando nessuna telecamera ti riprende.
Oggi invece si confonde l'etica con la sua rappresentazione. Si crede che basti nominare la legalità per praticarla. Si crede che basti celebrarla per esserne degni.
Qui ci soccorre Kant.
Nella “Fondazione della metafisica dei costumi”ci ricorda che non conta l'azione conforme al dovere fatta per interesse o per vanità, ma l'azione fatta per dovere. E ci consegna la sua legge: «Agisci solo secondo quella massima che puoi volere che divenga legge universale».
Ecco il discrimine.
Se la massima che muove la cerimonia è "celebro la legalità per celebrare me stesso", quella massima non può mai diventare legge universale. È vanità, non è etica.
Se la massima è "amministro bene anche quando nessuno mi vede", quella sì, può reggere il mondo.
È un materialismo edonistico travestito da antimafia. La forma senza la sostanza. Il mito senza il rito.
Così come dalla Casa di Cristo, anche dal tempio laico della legalità i farisei andrebbero cacciati. Perché la legalità non può diventare una passerella.
Pertanto, sempre parafrasando Kant, due cose riempiono l'animo di ammirazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Non il palco illuminato davanti a me.
La domanda non è quanti premi sulla legalità organizziamo.
La domanda è quanta legalità pratichiamo, quando il palco e le luci sono spenti.



