Scalea, "Ghost work": la Cassazione ripristina il reato contestato di truffa

Cancellata l'ordinanza del Tribunale della libertà. L'indagine vedeva coinvolto l'ex sindaco di Scalea Licursi, nell'ambito dell'attività lavorativa, che però ha concluso la sua vicenda con il patteggiamento e quindi non viene coinvolto in quest'ultima decisione della Cassazione


La conferenza stampa dell'operazione Ghost work

SCALEA – 15 set. 20 - Un nuovo risultato positivo per la Procura della Repubblica di Paola, coordinata da Pierpaolo Bruni, in riferimento alla nota attività denominata “Ghost work”, nella quale, come è noto, è rimasto coinvolto l'ex sindaco Gennaro Licursi, che però ha concluso la sua vicenda giudiziaria con il patteggiamento e quindi non viene coinvolto in quest'ultima decisione della Cassazione. Una vicenda che ha generato la conclusione anticipata dell'amministrazione comunale ed il relativo ennesimo commissariamento. Le ultime novità riguardano il reato di truffa che ora vede coinvolti altri due indagati. Il Tribunale della libertà aveva inizialmente annullato l'ordinanza che cancellava, di fatto, il reato di truffa contestato all'ex sindaco di Scalea che, come è noto, è risultato indagato per questioni non relative alla carica politica, bensì all'attività lavorativa nell'ambito dell'azienda sanitaria provinciale.

La corte di Cassazione ha ora annullato, a sua volta, le decisioni del Tribunale della libertà, riportando la situazione alle accuse iniziali, per due indagati. L'operazione Ghost Work ha generato l'ennesima situazione di disagio per l'amministrazione comunale perchè l'ex sindaco Licursi contestualmente alla sua remissione in libertà ha presentato le dimissioni dalla carica di sindaco generando il commissariamento ancora in atto. A Gennaro Licursi, quale responsabile del servizio di continuità assistenziale del 118 e guardie mediche del distretto Asp del Tirreno erano stati inizialmente concessi gli arresti domiciliari. Veniva contestato a Licursi di aver utilizzato il proprio tesserino per il rilevamento automatico della presenza in entrata, per poi allontanarsi senza alcuna giustificazione dalla sede di servizio per fini personali e non istituzionali, senza utilizzare il tesserino per l'uscita “facendo apparire di essere in servizio nelle ore in cui non svolgeva alcuna attività istituzionale”.



La vicenda, in I grado, si è conclusa con il patteggiamento e con la conferma della condanna a due anni, pena sospesa. Ora la procura della Repubblica del tribunale di Paola ha incassato un nuovo risultato con la decisione in corte di Cassazione che annulla le ordinanze del tribunale della libertà in riferimento al reato di truffa che vede coinvolti anche altri indagati.

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