top of page

Piana di Sibari, caporalato e tratta: 20 fermati, paghe da 2,70 euro

  • Immagine del redattore: Matteo Cava
    Matteo Cava
  • 10 minuti fa
  • Tempo di lettura: 5 min

La Dda di Catanzaro contesta, a vario titolo, reati legati allo sfruttamento dei braccianti e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’inchiesta, avviata nel 2020, ricostruisce l’attività di due presunte associazioni.

2 settembre 2026 - Ore 17:20


Piana di Sibari, visti fino a 10mila euro: come agiva la presunta rete


Venti persone sono state fermate oggi 2 settembre 2026 nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro su due presunte associazioni operanti nella Piana di Sibari. Secondo l’accusa, i gruppi sarebbero stati collegati allo sfruttamento dei braccianti agricoli e a un sistema di pratiche fittizie per l’ingresso di migranti in Italia.

Il decreto di fermo di indiziato di delitto è stato eseguito dai Carabinieri per la Tutela del Lavoro, con il supporto dei reparti territoriali dell’Arma, nelle province di Cosenza, Napoli, Bologna, Sassari e Mantova.

I destinatari sono 20 cittadini stranieri: 18 pakistani, un indiano e un cittadino del Bangladesh. Sono gravemente indiziati, a vario titolo, di associazione per delinquere, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.



L’inchiesta partita dalla denuncia dei braccianti

L’indagine del Reparto operativo dei Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Roma è iniziata nel 2020. Due presunti caporali, oggi indagati, avevano denunciato il danneggiamento degli pneumatici delle proprie automobili, indicando come sospettati tre giovani migranti africani che lavoravano per loro.

I braccianti presentarono però una controdenuncia. Raccontarono che i contrasti erano nati dalle richieste di regolarizzazione contrattuale e dal mancato pagamento di mesi di lavoro. Le loro dichiarazioni diedero avvio agli approfondimenti investigativi.

Secondo la ricostruzione della Procura, nella Piana di Sibari avrebbero operato due organizzazioni distinte ma collegate:

  • un gruppo composto da 14 cittadini pakistani, accusato di controllare il reclutamento e l’impiego della manodopera agricola;

  • una seconda organizzazione composta da soggetti italiani, ritenuta responsabile di un sistema di domande di assunzione fittizie legate ai decreti Flussi e Rilancio.



Braccianti pagati fino a 2,70 euro l’ora

La prima presunta associazione avrebbe reclutato soprattutto giovani pakistani e dell’Africa subsahariana in condizioni di forte necessità, spesso privi di alternative lavorative e con una limitata conoscenza della lingua italiana.

I lavoratori, secondo gli investigatori, sarebbero stati costretti a vivere fino a 20 alla volta in immobili degradati, privi anche di riscaldamento, luce e gas. Dai salari venivano trattenuti 50 o 60 euro mensili per l’alloggio e altri 5 euro al giorno per il trasporto nei campi.

La Procura descrive turni di otto-dieci ore, senza riposo settimanale, ferie e tutele assicurative o sanitarie. Le retribuzioni ricostruite dagli inquirenti variavano in base alla provenienza dei braccianti:

  • da 23 a 27 euro al giorno, equivalenti a circa 2,70-3 euro l’ora, per i lavoratori subsahariani;

  • da 30 a 35 euro al giorno, pari a circa 3,30-4 euro l’ora, per i lavoratori pakistani e afghani.

Agli imprenditori sarebbero invece state applicate tariffe di circa 40 euro per ogni giornata lavorativa. Parte delle somme dovute ai braccianti sarebbe stata trattenuta per impedire loro di sottrarsi al sistema.

Le persone sfruttate sarebbero state minacciate con la perdita del lavoro, dell’alloggio o del permesso di soggiorno. In alcuni casi, dalle intercettazioni emergerebbero richieste di appena 10 euro avanzate dai lavoratori per acquistare il cibo.



Le pratiche fittizie e il prezzo dei visti

La seconda presunta organizzazione avrebbe sfruttato le procedure dei click day per presentare migliaia di richieste di assunzione ritenute fittizie. La Procura riferisce del coinvolgimento di professionisti, operatori di Caf e patronati attivi in Calabria e Basilicata.

Le istanze sarebbero state associate a imprese agricole e commerciali compiacenti, intestate a prestanome o prive di terreni, dipendenti e fatturati effettivi. I requisiti patrimoniali sarebbero stati alterati anche attraverso false fatture, inducendo in errore gli uffici della Prefettura e dell’Ispettorato del Lavoro.

Per ogni pratica destinata al rilascio del visto o alla regolarizzazione temporanea sarebbero state richieste somme comprese tra 6.500 e 10mila euro. Una volta arrivati in Italia senza il lavoro promesso e con i debiti contratti per pagare la pratica, i migranti sarebbero confluiti nel circuito dello sfruttamento agricolo.

Gli inquirenti contestano inoltre l’utilizzo abusivo delle identità digitali e delle credenziali Spid di cittadini stranieri già regolarizzati.


Piana di Sibari, turni di dieci ore nei campi: 20 persone fermate

Gli accertamenti sui rapporti con le cosche

La Procura riferisce anche del presunto coinvolgimento di esponenti delle cosche di ’ndrangheta attive nella Sibaritide. Alcune aziende agricole impiegate per la manodopera irregolare, pur formalmente intestate a prestanome, sarebbero state gestite per conto di clan locali.

Questi aspetti, come tutte le altre contestazioni, dovranno essere verificati nelle successive fasi del procedimento.

Le indagini sono state condotte mediante osservazioni, pedinamenti, intercettazioni, localizzazioni Gps e riprese nei punti di raccolta dei lavoratori. I controlli del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Cosenza nei campi, durante le raccolte di agrumi e olive, avrebbero permesso di identificare decine di lavoratori in nero e riscontrare violazioni in materia di sicurezza.



Fermi, perquisizioni e materiale sequestrato

La fase esecutiva ha coinvolto centinaia di militari e ha prodotto, secondo il bilancio comunicato dalla Procura:

  • il fermo di 20 indagati, motivato dal pericolo di fuga;

  • perquisizioni personali e locali;

  • il sequestro di documentazione cartacea ed elettronica;

  • l’acquisizione dei cosiddetti “libri neri”, nei quali sarebbero state annotate ore lavorate e somme trattenute;

  • il sequestro di telefoni e supporti informatici da sottoporre ad analisi forense.

Alcuni dei lavoratori individuati sono stati affidati, con la collaborazione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni e della Comunità Progetto Sud, a programmi di assistenza abitativa, tutela umanitaria e regolarizzazione.

La Procura di Catanzaro precisa che sono ancora al vaglio le posizioni di altri indagati. Il comunicato è stato diffuso anche per rettificare precedenti notizie riguardanti il numero dei destinatari del fermo e l’ufficio giudiziario procedente.

Il provvedimento è stato adottato nella fase delle indagini preliminari. Tutte le persone coinvolte devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.


Piena luce sui rapporti con i criminali

Il sindaco di Cassano All’Ionio, Gianpaolo Iacobini, esprime apprezzamento alla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e ai Carabinieri per la Tutela del Lavoro per l’Operazione “Master”, condotta nella Piana di Sibari per debellare la piaga del caporalato.

«Ancor più dopo i tragici fatti dei mesi scorsi – dichiara Iacobini – si tratta di un’iniziativa investigativa e giudiziaria che conferma quanto sia fondamentale mantenere alta l’attenzione su una piaga del genere. La fiducia nelle Forze dell’Ordine e nella Magistratura è massima ed è altrettanto importante che le indagini consentano di fare piena luce su tutti i rapporti e sulle eventuali responsabilità emerse, oltre ai collegamenti con ambienti riconducibili alle cosche operanti sul territorio».

Nel rivolgere anche un riconoscimento alla Guardia di Finanza di Sibari, impegnata costantemente nel contrasto al caporalato e alle diverse forme di illegalità che incidono sul tessuto economico e produttivo della Sibaritide, Iacobini conclude: «Come Comune continueremo a fare la nostra parte, collaborando con tutte le istituzioni competenti per difendere la legalità, la dignità del lavoro e lo sviluppo sano della nostra terra».


Il video


bottom of page