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Reggio Calabria, operazione "Gear”: favorivano la latitanza dei boss: eseguite 14 misure cautelari

Disarticolato dai carabinieri un sodalizio volto a favorire la latitanza dei boss della ‘ndrangheta ed a trafficare armi e sostanze stupefacenti



REGGIO CALABRIA – 28 lug. 20 - Nella prime ore di questa mattina, nella provincia di Reggio Calabria, Teramo e Benevento, i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria e dei reparti territorialmente competenti, con il supporto dello squadrone eliportato cacciatori di Calabria, dell’8° nucleo rlicotteri di Vibo Valentia, del nucleo carabinieri cinofili, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica, direzione distrettuale antimafia, di Reggio Calabria, diretta dal procuratore capo Giovanni Bombardieri, hanno dato esecuzione all’ordinanza di applicazione di misure cautelari emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria, Stefania Rachele, su richiesta del procuratore aggiunto, Calogero Gaetano Paci e del sostituto procuratore, Francesco Ponzetta, nei confronti di 14 persone, delle quali 12 in carcere e 2 agli arresti domiciliari, ritenute responsabili, a vario titolo ed in concorso tra loro, di traffico ed associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, favoreggiamento personale di latitanti appartenenti alla ‘ndrangheta, detenzione e porto abusivo di armi da sparo comuni e da guerra.

I DESTINATARI DELL'ORDINANZA

I destinatari dei provvedimenti cautelari, tutti originari della Provincia di Reggio Calabria, sono:

1) BRUZZESE Alessandro, di anni 39 (custodia in carcere);

2) BRUZZESE Antonino, di anni 45 (custodia in carcere);

3) BRUZZESE Girolamo, di anni 50 (custodia in carcere);

4) BRUZZESE Girolamo, di anni 37 (custodia in carcere);

5) CILONA Michele, di anni 38 (custodia in carcere);

6) CONTEDUCA Giuseppe, di anni 29 (custodia in carcere);

7) ELIA Rocco, di anni 40 (custodia in carcere);

8) ETZI Pierluigi, di anni 42 (custodia in carcere);

9) GIARDINO Michele, di anni 29 (custodia in carcere);

10) MAIOLO Giuseppe, di anni 58 (custodia in carcere);

11) PISANO Salvatore, di anni 28 (custodia in carcere);

12) PROCHILO Vincenzo, di anni 39 (custodia in carcere);

13) FAZARI Mariateresa, di anni 35 (arresti domiciliari);

14) PERRELLO Francesco, di anni 27 (arresti domiciliari),

ed altri 7 soggetti sono indagati in stato di libertà.

L'OPERAZIONE GEAR

L’operazione, convenzionalmente denominata “Gear”, ha consentito di disarticolare un sodalizio che aveva stabilito la sua base nevralgica in una cava di inerti ubicata a Gioia Tauro, la cui finalità prioritaria era quella di agevolare la latitanza di pericolosi boss della ’ndrangheta sottrattisi, nel corso del tempo, ai relativi provvedimenti di cattura emessi dall’Autorità Giudiziaria. La stessa organizzazione curava inoltre un indefinito numero di traffici di consistenti quantitativi di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, marijuana, eroina ed hashish e custodiva numerose armi da sparo comuni e da guerra, detenute in modo clandestino, che andavano a rafforzare l’efficacia ed il potenziale delle altre aggregazioni criminali del “Mandamento Tirrenico” della provincia di Reggio Calabria.

Il provvedimento giunge all’esito di una complessa ed articolata attività d’indagine condotta dalla Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Gioia Tauro, sotto il coordinamento dell’Autorità Giudiziaria Distrettuale, nel periodo compreso tra il mese di luglio 2017 ed il mese di dicembre 2018. La genesi delle operazioni investigative deve essere riportata agli esiti delle attività di polizia che avevano permesso ai militari di giungere alla cattura dei latitanti Antonino Pesce 38 anni; Salvatore Etzi, 47 anni; e Salvatore Palumbo 40 anni.



IL CENTRO OPERATIVO IN UN SITO DI ESTRAZIONE

In particolare, il monitoraggio di mogli, fidanzate, parenti e favoreggiatori dei latitanti ha consentito di far emergere la centralità del sito di estrazione, ubicato in Contrada Pontevecchio di Gioia Tauro, che poi si è rivelato essere un vero e proprio snodo delle attività delittuose gravitanti principalmente attorno alle figure dei cugini Girolamo Bruzzese cl. ‘83, Alessandro Bruzzese e Antonino Bruzzese, tutti tratti in arresto.

Il monitoraggio di questa cava ha permesso ai carabinieri di Gioia Tauro di catturare, il 14 aprile 2018, un quarto latitante, Vincenzo Di Marte, inserito nell’elenco dei latitanti pericolosi e ritenuto un elemento di spicco della cosca di ‘ndrangheta Pesce, operante nel territorio di Rosarno, ed irreperibile dal mese di giugno 2015, allorquando si sottraeva all’ordinanza di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, emessa dall’autorità giudiziaria di Reggio Calabria. Misura relativa all’operazione cosiddetta “Santa Fè”, condotta dalla Guardia di Finanza di Catanzaro, per i reati di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale delle sostanze stupefacenti con l’aggravante della transnazionalità e dell’aver agevolato la cosca di riferimento e quella degli “Alvaro” di Sinopoli; reati per i quali il Di Marte era già stato condannato in primo grado alla pena della reclusione di anni 14.

Una cava, ubicata al centro del territorio di influenza delle cosche della Piana, divenuta base operativa e logistica della criminalità organizzata per tutte le più importanti attività delittuose.

I RUOLI

Partendo da tale assunto, attraverso metodologie investigative tradizionali combinate con i più moderni sistemi di acquisizione probatoria, i carabinieri di Gioia Tauro hanno ricostruito la rete degli indagati che, a vario titolo e con diversi ruoli: mettevano a disposizione dei latitanti Salvatore Etzi, Antonino Pesce e Vincenzo Di Marte, immobili da adibire a rifugio/covo durante la latitanza; fornivano loro generi alimentari e di prima necessità, nonché strumenti meccanici ed elettronici; procuravano agli stessi appuntamenti con soggetti terzi; garantivano incontri e mantenevano i contatti tra i familiari ed i ricercati; organizzavano gli spostamenti dei latitanti quando le situazioni ambientali lo richiedevano; si associavano stabilmente tra di loro per commerciare ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, eroina, marijuana e hashish, anche importati dall’estero da paesi come l’Albania, la Grecia, il Marocco, la Spagna e la Turchia per poi rivenderli nel territorio nazionale, organizzandone l’occultamento, il trasporto e la cessione. Talvolta lo stupefacente veniva nascosto in appositi borsoni collocati in container trasportati tramite vettori navali; detenevano e occultavano numerose armi da sparo comuni e da guerra, anche appartenenti a terzi soggetti.

IL TRAFFICO DI STUPEFACENTI

Il traffico degli stupefacenti ha rappresentato un’importante fonte di guadagno illecito per gli indagati. Nel corso dell’indagine sono stati documentati acquisti e rivendite di carichi di sostanza stupefacente, che potevano arrivare fino a 270 kg di hashish e marijuana per volta, anche importati dall’estero, nonché il sistematico occultamento all’interno della cava di numerosi “pacchi” da mezzo chilo l’uno. Le vendite all’ingrosso venivano organizzate e materialmente svolte dagli indagati. A capo dell’organizzazione venivano individuati BRUZZESE Girolamo cl. ‘83, ETZI Pierluigi, BRUZZESE Alessandro, BRUZZESE Antonino, BRUZZESE Girolamo cl. ‘70, i quali, attraverso regolari colloqui e riunioni all’interno della cava, stabilivano le linee programmatiche dell’associazione di narcotrafficanti e decidevano le fonti di approvvigionamento, le condizione economiche, le modalità di trasporto e individuavano i soggetti incaricati della successiva rivendita, assicurando nel contempo il finanziamento dell’associazione e il reinvestimento dei proventi illeciti.

LE ARMI

Numerose sono risultate anche le armi nella disponibilità degli indagati, a dimostrazione di un’endemica pericolosità sociale dei componenti dell’organizzazione: pistole semiautomatiche cal. 7,65, cal. 9x21, cal. 38 special, acclarando l’occultamento delle stesse in borsoni fino a 30 pezzi in contemporanea, ma anche armi da guerra, come un fucile mitragliatore Kalashnikov.

L’operazione colpisce duramente soggetti al servizio delle diverse ramificazioni della criminalità organizzata della Piana di Gioia Tauro, proprio nelle attività illecite essenziali alla conservazione ed al mantenimento del potere mafioso. La volontà di svolgere periodi di latitanza nel territorio di origine e di influenza, indica ancora una volta la necessità di mantenere in ogni condizione un contatto diretto con il territorio, al fine di non mettere in discussione la forza intimidatrice della consorteria di appartenenza. Di contro, il capillare controllo del territorio, le capacità informative e gli efficienti approfondimenti investigativi dei Carabinieri sotto il coordinamento e l’indirizzo dell’Autorità Giudiziaria, attraverso una strategia investigativa oculata, hanno garantito la sistematica individuazione dei latitanti e consentito di colpire duramente tutte le attività delittuose tipiche della ‘ndrangheta, nonché tutti i soggetti, anche non affiliati, che in qualunque forma la favorivano.

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