Maierà, "Affari in famiglia”: due ricorsi rigettati in Cassazione

Erano stati proposti da uno degli indagati e dal procuratore di Catanzaro


La conferenza stampa dopo l'operazione Affari in famiglia

MAIERA' – 26 set. - La Corte di Cassazione si è pronunciata su altri due ricorsi presentati nell'ambito dell'operazione della Guardia di finanza denominata “Affari in famiglia”. Il secondo ricorso è stato proposto dal procuratore della Repubblica del Tribunale di Catanzaro e da Gino De Marco, 30 anni, indagato insieme al padre per bancarotta fraudolenta ed altri reati. L'oggetto è l'ordinanza dell'11 aprile scorso del Tribunale del riesame di Catanzaro. Il sostituto procuratore generale, Elisabetta Cesqui ha concluso per l'inammissibilità. La Corte di Cassazione ha rigettato entrambi i ricorsi e ha condannato la parte privata al pagamento delle spese processuali. L'ordinanza impugnata è stata pronunziata il 16 aprile 2019 dal Tribunale del riesame di Catanzaro ed ha parzialmente riformato, in seguito a istanza di riesame dell'indagato, quella del Giudice per le indagini preliminari dei Tribunale di Paola che aveva applicato a Gino De Marco la misura cautelare della custodia in carcere per i reati di bancarotta fraudolenta per distrazione e di autoriciclaggio. La riforma è consistita nell'annullamento dell'ordinanza genetica, quanto al reato di autoriciclaggio, e nella sostituzione della misura carceraria con gli arresti domiciliari. I fatti addebitati provvisoriamente all’indagato riguardano la bancarotta fraudolenta per distrazione consistita nella stipula di un contratto di affitto di ramo di azienda simulato, della durata di otto anni, tra la De Marco Costruzioni s.r.l., rappresentata dal padre del ricorrente, Giacomo De Marco, società dichiarata fallita nel giugno 2016, e la Immobiliare costruzioni De Marco s.r.l., di cui era legale rappresentante Gino De Marco, contratto cui corrispondeva un canone annuale non congruo e con il quale, secondo l'accusa convalidata dal Tribunale del riesame, erano stati ceduti anche appalti milionari. L'autoriciclaggio consisterebbe, secondo la contestazione del pubblico ministero non avallata dal Tribunale del riesame, nell'utilizzazione dei beni e delle attività del ramo di azienda affittato per l'aggiudicazione di gare di appalto, con conseguente effetto di confusione patrimoniale tra i beni che hanno formato oggetto del contratto e quelli già rientranti nel patrimonio della Immobiliare costruzioni De Marco S.r.l. Contro l'ordinanza hanno presentato ricorso sia l’indagato che il pubblico ministero. Il ricorso proposto nell'interesse dell’indagato consta di due motivi. Il primo motivo lamenta vizio di motivazione e violazione di legge. Il secondo motivo investe, denunziando vizio di motivazione e violazione di legge il profilo delle esigenze cautelari e della scelta della misura. Il ricorso del pubblico ministero si compone di un unico motivo. La parte contesta la conclusione cui era giunto il Tribunale del riesame in tema di autoriciclaggio, circa l'inesistenza di un quid pluris, un elemento aggiuntivo, eloquente di una particolare idoneità dissimulatoria della provenienza delittuosa dei beni nelle condotte integranti la contestazione. La cassazione ha rigettato i ricorsi condannando la parte privata ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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