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Locri, il coronavirus smaschera il latitante Cordì - VIDEO

Si nascondeva nella locride dopo l'operazione dei carabinieri "riscatto”

LOCRI – 13 mar. 20 - L’intraprendenza nel violare le prescrizioni delle norme emergenziali dettate dal Governo, ha fornito l’ultimo tassello agli investigatori dell’Arma: quell’abitazione non poteva essere solo il buen-retiro di un onesto cittadino.

Nella tarda serata di ieri, sono risultate quindi fatali a Cesare Antonio Cordì, 42 anni, le condizioni ambientali generate dall’emergenza sanitaria in atto, impedendogli di celare la propria presenza in una casa tra le tante che, in questi giorni, vedono la sola fugace uscita per gli acquisti quotidiani di derrate alimentari. È bastato poi il flebile bagliore di una sigaretta, carpito dalla fessura di una tapparella, per dare la certezza ai carabinieri che, in quella casa in Contrada Monica di Bruzzano Zeffirio, ci fosse il ricercato sulle cui tracce erano ormai da giorni.

Ancora una volta i Carabinieri della provincia aspromontana si sono confermati inesorabili cacciatori di latitanti, pronti a imporre l’osservanza della giustizia a chi, dopo la commissione dei reati, prova a sottrarsi ulteriormente alle proprie responsabilità.

Un’azione fulminea, quella dei militari delle Compagnie di Bianco e Locri, dei Carabinieri dello squadrone eliportato “Cacciatori d’Aspromonte”, che non ha concesso la minima possibilità alla fuga già orchestrata da un ingresso secondario al figlio di Antonio “u ragiuneri”, il quale si era reso irreperibile in occasione dell’esecuzione dell’operazione “Riscatto” della compagnia di Locri.

Una manovra investigativa che, nell’agosto del 2019, aveva consentito ai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria, sotto il coordinamento della procura della Repubblica di Reggio Calabria, diretta da Giovanni Bombardieri, di assestare un durissimo colpo alla storica cosca locrese dei “Cordì”. In quell'occasione erano stati contestati, a vario titolo, i reati di associazione di tipo mafioso, estorsione, danneggiamento seguito da incendio, illecita concorrenza con minaccia o violenza, trasferimento fraudolento di valori, detenzione e porto in luogo pubblico di armi, con l’aggravante di aver agito per favorire gli interessi della ‘ndrangheta.

In particolare, a conclusione delle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e dai sostituti procuratori Giovanni Calamitae Diego Capece Minutolo, a carico di Cesare Antonio Cordì è stato emesso un provvedimento di custodia carceraria poiché indagato per trasferimento fraudolento di valori, aggravato perché commesso al fine di agevolare l’associazione mafiosa, in quanto, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, attribuiva fittiziamente alla moglie la titolarità formale dell’esercizio commerciale ad Ardore.

Sono in corso le indagini per ricostruire la rete che di persone che ha favorito la latitanza del 42enne esponente di spicco della ‘ndrangheta di Locri.

IL TENENTE COLONNELLO GIOVANNI CAPONE


A BRUZZANO ZEFFIRIO FATALE IL GESTO DEL FIANCHEGGIATORE CON LA SPESA PER IL LATITANTE

Non è riuscito a sfuggire questa volta Cesare Antonio Cordì alla stretta di controlli dei Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria che – intensificati nell’ambito dell’emergenza epidemica da COVID – 19 – sono risultati decisivi anche per lui.

Nella desolata Bruzzano Zeffirio - luogo scelto per il rifugio, un piccolo centro di circa 1000 abitanti, è risultato azzardato il gesto del fiancheggiatore di CORDÌ che si è recato a consegnare “la spesa a casa dell’amico” in violazione delle misure governative, in una casa che sarebbe dovuta essere disabitata.

L’esecuzione dell’attuale misura di custodia cautelare, era stata emessa in data 17 agosto del 2019, dal Tribunale di Reggio Calabria, ad esito di un’ articolata e complessa attività d’indagine, condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria , che aveva permesso di ricostruire l’ operatività di gruppi criminali facenti capo alla storica cosca CORDÌ di Locri, nel cui ambito il CORDÌ Antonio, destinatario del provvedimento e già gravato da una condanna per associazione di tipo mafioso, risultava vertice attualmente ancora in libertà.

Quella dei carabinieri è stata un’indagine vecchio stampo, un concentrato di appostamenti e pedinamenti, che proseguirà per ricostruire la rete dei fiancheggiatori.

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