Grisolia, tentato omicidio: la Cassazione rigetta il ricorso dell'indagato

Aggiornato il: gen 4

Secondo i giudici della cautela l’episodio delittuoso, avvenuto a Grisolia il 5 giugno 2019, andava ricostruito nei medesimi termini esposti dal Gip #grisolia


GRISOLIA – 15 nov. 19 - E' accusato di tentato omicidio per aver esploso un colpo di fucile durante una lite nel centro storico di Grisolia. Domenico Ritondale, 35 anni, ha proposto il ricorso in Cassazione avverso l'ordinanza dello scorso 25 giugno, del Tribunale della libertà di Catanzaro. Quest'ultimo, aveva confermato l'ordinanza emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Paola nei confronti di Domenico Ritondale per i reati di tentato omicidio, di detenzione e porto abusivi del fucile utilizzato per commetterlo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

“Secondo i giudici della cautela l’episodio delittuoso, avvenuto a Grisolia il 5 giugno 2019, andava ricostruito nei medesimi termini esposti dal Giudice per le indagini preliminari nell'ordinanza genetica”. La Cassazione fa però rilevare che “Nonostante alcune incongruenze tra le dichiarazioni rese dai soggetti presenti, potevano dirsi accertate le circostanze più significative poste a fondamento dell'ipotesi accusatoria”. Il fratello di Domenico Ritondale, accortosi che stava per sparare in direzione delle vittime, si era precipitato verso di lui riuscendo a spostare il fucile verso l’alto. Il colpo era andato ad infrangersi sul muro dell'abitazione posta di fronte a quella della famiglia Ritondale. “La versione fornita dal Ritondale nell’interrogatorio di garanzia, imperniata sull’esplosione di un unico colpo a scopo esclusivamente intimidatorio, invece – si legge - era stata ampiamente smentita dalle dichiarazioni rese da più testimoni oculari, anche non legati da vincoli di parentela con le persone offese”. Il Tribunale aveva ritenuto sussistente anche le esigenze cautelari alla luce della capacità a delinque dimostrata dall'imputato e del contesto di forte conflittualità. Il ricorrente ha sostenuto che le dichiarazioni sarebbero state acquisite in assenza delle garanzie previste per gli indagati “pur essendo evidente, sin momento dell'assunzione, che i dichiaranti, a prescindere dalla formale iscrizione dei loro nomi nel registro degli indagati, quanto meno a partire dalla fase immediatamente precedente il prelevamento del fucile da parte del Ritondale, avevano partecipato ad una rissa, in tal modo consumando un reato connesso e/o collegato al reato di tentato omicidio contestato”.

Secondo la Suprema corte: “L'ordinanza impugnata, senza incorrere in vizi logici evidenti, ha, in primo luogo, chiarito la condotta tenuta dal Ritondale”: dopo essere intervenuto in soccorso della madre, impegnata in una colluttazione con una vicina, ed essere stato colpito dai parenti di quest’ultima, era ritornato nella sua abitazione da dove era uscito imbracciando un fucile che aveva puntato, mentre ancora si trovava in una pozione rialzata, all'indirizzo delle persone presenti ed aveva, infine, esploso un colpo che si era andato ad infrangere su un muro di un'abitazione sol perché all'ultimo momento era intervenuto il fratello spostando l'arma.

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