Corigliano-Rossano, estorsioni: ordini via telefono dal carcere

Cinque persone raggiunte da misure cautelari nell’inchiesta su 17 episodi ai danni di imprenditori agricoli e commerciali. Secondo gli investigatori, il presunto capo impartiva direttive e contattava le vittime con un cellulare detenuto illegalmente
23 settembre 2026 - 12:18
di Matteo Cava

Cinque persone sono state raggiunte da misure cautelari nella mattinata nell’ambito di un’indagine su presunte estorsioni aggravate dal metodo mafioso ai danni di imprenditori agricoli e commerciali di Corigliano-Rossano, in provincia di Cosenza. Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, il presunto capo di un gruppo familiare avrebbe diretto le richieste estorsive dal carcere, utilizzando un cellulare posseduto illecitamente.
I provvedimenti sono stati disposti dal gip del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Dda ed eseguiti dai Carabinieri del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano, con il supporto del Nucleo cinofili di Vibo Valentia.
Per quattro indagati è stata disposta la custodia cautelare in carcere: uno di loro era già detenuto per altri reati. Per la quinta persona è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
I 17 episodi contestati e le telefonate alle vittime
L’inchiesta, coordinata dalla Dda di Catanzaro e condotta dai Carabinieri, avrebbe documentato 17 episodi di estorsione, consumata o tentata, riconducibili, secondo l’accusa, a un gruppo familiare attivo nel territorio di Corigliano-Rossano.
Il presunto vertice, già detenuto, avrebbe utilizzato il telefono sia per impartire direttive agli altri componenti del gruppo sia per rivolgersi direttamente alle vittime, minacciandole e chiedendo denaro e altre utilità.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, gli altri indagati avrebbero agito in modo coordinato per trasmettere le richieste e sostenere la pressione intimidatoria, facendo leva sulla reputazione criminale attribuita al presunto capo.
Le vittime sarebbero state messe in contatto telefonico diretto con il detenuto. Un elemento che, nella prospettazione accusatoria, avrebbe rafforzato l’intimidazione ed è richiamato dalla Procura nella ricostruzione del presunto metodo mafioso.
Gli arrestati sono stati condotti in carcere a disposizione dell’autorità giudiziaria.



